Gregorio XVI e Belluno

Negli anni trenta (dell’ottocento) Belluno vive uno dei momenti più esaltanti.

Infatti il 2 febbraio 1831 Bartolomeo Alberto Cappellari diventa papa col nome di Gregorio XVI.
La casa natale di Mussoi, abbattuta nel 1968, sorgeva attigua alla chiesa dei Santi Filippo e Giacomo nella quale, ai piedi dell’altare, si trova il sepolcro dei genitori (Giovanni Battista e Giulia Cesa).

casanatale

Da ricordare Villa Pagani Cesa a Fontanella nell’Oltrerai. (Ponte nelle Alpi). L’edificio della seconda metà del XVII secolo apparteneva alla famiglia Cesa data come dote a Giulia Cesa madre del futuro Gregorio XVI e che in questa casa trascorse da giovane lunghi periodi di vacanza.

paganicesaoltrerai

Egli fu grato ai bellunesi per aver ripristinato in suo onore il seminario nel 1834 e li sostenne con l’invio di libri e denaro.

L’esultanza di Belluno si manifestò con l’invio di suoi rappresentanti a Roma, che partiti in carrozza il 16 giugno 1831, giunsero a Roma 12 giorni dopo. L’incontro con il pontefice fu fissato nella tela del pittore Pietro Paoletti (1831-1835 – Seminario Vescovile)

paolettidelegazione

Al 1840 risale il trasferimento della Biblioteca Lolliniana all’attuale sede del Seminario, quale gesto di riconoscenza verso la generosità del papa bellunese Gregorio XVI che del seminario aveva fortemente voluto il rinnovamento e che, con generose donazioni, aveva sostenuto la riapertura e l’arricchimento della sua vecchia biblioteca: entrambi si vollero da allora intitolati al nome del nuovo pontefice. Il trasferimento fu deliberato a patto che Gregoriana e Lolliniana rimanessero fisicamente separate, separazione che permane ancora oggi.

Per molto tempo, poi, l’attuale piazza dei Martiri, e prima ancora piazza Campitello, è stata chiamata Piazza del Papa o Piazza Gregorio XVI.

piazzapapa

Viceversa i rapporti con la famiglia di origine costituiscono un capitolo problematico. Risulta infatti particolarmente insistente la richiesta di aiuti economici da parte di alcuni famigliari. Sicuro motivo di rammarico fu lo sperpero dei fondi messi a disposizione del nipote Bartolomeo per la costruzione del palazzo di famiglia in Campitello (Palazzo Cappellari della Colomba, angolo via Carrera).

Considerato “la più ricca e sontuosa abitazione privata della Città” il palazzo era stato voluto da Gregorio XVI desideroso “di erigere con quello un domicilio ereditario alla sua famiglia” in Belluno “patria ad esso carissima”. Si era avvalso quindi dei “disegni, perizie, progetti” dell’architetto feltrino Giuseppe Segusini “a Lui sottoposti, quantunque non eseguiti secondo la sua volontà che aveva prescritta tutta la moderazione”. Ad evitare che l’edificio fosse alienato era intervenuto nel 1845 “pagando grossa somma di debiti del nipote” e cancellando numerose ipoteche che gravavano sull’immobile.

Palazzo Cappellari della Colomba in una cartolina del 1930

Palazzo Cappellari della Colomba in una cartolina del 1930

Fino alla metà del secolo il palazzo aveva accolto una famiglia attiva nella vita della città dal 1350, giunta col tempo a conquistarsi una posizione di rilievo dedicandosi “al notariato, alle cancellerie, all’avvocatura e ad altre arti liberali” e imparentandosi “in diverse epoche con le più illustri famiglie” del posto. Un suo membro, Girolamo Cappellari, aveva ottenuto nel 1670 l’aggregazione al Consiglio dei Nobili.

Poi l’elezione di Mauro al soglio pontificio era giunta a sancire il prestigio del gruppo.

Tra gli ultimi atti del pontificato di Gregorio XVI occorre ricordare l’aggregazione del Cadore alla diocesi di Belluno. Non fu un passaggio indolore soprattutto per il forte legame tra la chiesa cadorina e la diocesi di Udine, anche se l’iniziativa fu del governo austriaco e soltanto avallata dal pontefice.

Sempre a Gregorio XVI è attributa la donazione delle reliquie di san Valentino (prete romano, martirizzato nel 270 lungo la Via Flaminia), conservate nella chiesa arcipretale di Limana sotto l’altare laterale, detto di Santa Agnese e poste in un’urna di vetro.

Esiste a  questo proposito un documento, datato 28 giugno 1842 e recante il sigillo del Cardinale Costantino Patrizi, vicario generale del Papa, che attesta l’autenticità delle reliquie, riesumate dalla catacomba di Santa Agnese in Via Nomentana a Roma.

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