Il pontificato

Nel conclave apertosi il 14 dicembre 1830, in una situazione critica per lo Stato della Chiesa, con l’eco delle rivoluzioni scoppiate in Francia, Belgio, Polonia, emerge netta e ferma l’opposizione fra “zelanti” e “politicanti” o meglio tra intransigenti e moderati. Poiché nessuno prevale, gli intransigenti o zelanti appoggiano allora il Cappellari, che ottiene anche l’assenso del cancelliere austriaco von Metternich, mentre le notizie di un’imminente ribellione nelle Romagne convincono i moderati a desistere.

Il 2 febbraio 1831, dopo ben 51 giorni di conclave (clausi cum clave) e 83 scrutini, viene eletto con trentadue voti su quarantuno il Cappellari che prende il nome di Gregorio XVI

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      Gregorius PP. XVI – 254º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica,

Il nome è scelto in ricordo di Gregorio XV, fondatore di Propaganda, di Gregorio Magno, già abate al Celio, e di Gregorio VII.  Il 6 febbraio, ancora semplice prete, è consacrato vescovo dal confratello card. P. Zurla, vicario generale di Roma.

La situazione nello Stato della Chiesa è però grave. Il giorno dopo l’elezione del nuovo papa, il 3, scoppia a Bologna la rivoluzione, che in due settimane si estende gran parte dello Stato. Viene chiesto l’intervento dell’Austria, che in un mese ha ragione dei ribelli. La Francia per far da contrappeso all’Austria, si affretta a sbarcare truppe ad Ancona.
A fine marzo 1831 si riunisce a Roma una conferenza internazionale con la partecipazione di Austria, Francia, Inghilterra, Prussia, Russia. L’umiliazione per la Santa Sede e per Gregorio XVI è forte.  Il 21 maggio i plenipotenziari presentano a Gregorio XVI un memorandum ove le potenze chiedono varie riforme: una laicizzazione dell’amministrazione, modifiche del sistema giudiziario, consigli comunali elettivi largamente autonomi, consulta centrale con efficace controllo sul bilancio statale.

Gregorio XVI, con l’editto del 5 luglio 1831, fa un passo in avanti verso una maggiore uniformità amministrativa, pur evitando una seria laicizzazione.

Più importanti, anche se considerate insufficienti, sono, fra 1831 e 1834, i nuovi regolamenti nel campo penale e civile, misure che, oltre che opportune, risultano indispensabili, perché aboliscono molte delle giurisdizioni speciali che rendevano la giustizia pontificia un labirinto inestricabile.
In concreto, però, questa sistemazione non raccoglie i frutti sperati e viene abbandonata all’inizio del 1848 tornando al sistema instaurato nel 1816 e rimasto in vigore anche dopo il 1870.
Il governo dello Stato della Chiesa resta arretrato, pesante e in mano di poche persone per lo più fortemente chiuse ai segni dei tempi. Ne risulta quindi irrisolta l’avversione al governo pontificio, diffusa in tutte le classi sociali.
Dopo la repressione austriaca del 1831, moti si ripetono a Perugia nel 1833, nel Lazio nel 1837, nel 1843 e nel 1845 in Romagna: quell’anno i mazziniani pubblicano il “Manifesto delle popolazioni dello Stato romano ai principi e ai popoli d’Europa”

Le critiche vertono sulla disastrosa situazione finanziaria: un rigido protezionismo, con forti dazi, e l’aumento delle spese (dovute anche alla presenza delle truppe austriache e francesi), finisce col lasciare un deficit insostenibile. Al disavanzo del bilancio statale, si fa fronte con prestiti contratti all’interno ma anche all’estero, e con l’aumento di imposte, fra le quali quella immancabile sul macinato. I rimedi sono peggiori del male, perché finiscono per aumentare i prezzi dei beni di consumo, abbassare i salari, rendere più rari i capitali e più difficili gli investimenti. Sono colpiti e dissanguati da un lato la piccola borghesia (commercianti e fittavoli), dall’altro, in misura più grave, contadini, braccianti, artigiani. Aumentano così, inevitabilmente, il contrabbando e la delinquenza. Manca poi nello Stato una vera industrializzazione, e lo stesso artigianato resta piuttosto primitivo.
Il papa si mostra contrario all’introduzione delle ferrovie, senza intuirne la futura necessità, e ai congressi degli scienziati: vuole mantenere il suo Stato isolato e in tal modo difeso. Non comprende molto la politica e, chiuso in una teologia priva di dimensioni storiche, non coglie il nucleo positivo delle aspirazioni delle classi liberali.

La morte di papa Cappellari, giunta il 1° giugno 1846, pone fine  al pontificato .

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